Lulli e Ficeli

    Lulli e Ficeli

    Pisa -

    Lo scultore e il fotografo

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    Franco Ficeli e Renzo Lulli in mostra al liceo artistico Russoli sede di Pisa. La mostra è allestita dal 22 maggio al 1 giugno nell’aula mostre della sede di via San Frediano. Un’altra importante occasione per gli studenti del Liceo Artistico di osservare opere di grande impatto esposte dai due artisti. Franco Ficeli, fotografo affermato e Renzo Lulli, scultore di talento. L’elemento portante della mostra sono proprio le sculture sapientemente fotografate e trattate da un occhio esperto che ha saputo intrecciarsi con le forme e i colori ispirati dalle sculture stesse. La mostra è aperta al pubblico in orario scolastico, la mattina e il pomeriggio. Il Liceo Artistico Russoli di Pisa rappresenta oggi un importante polo espositivo legato all’arte contemporanea. Far crescere gli studenti immersi nella cultura e nella pratica delle arti, rappresenta sicuramente uno stimolo per far crescere i talenti. Venerdì 25 maggio alle ore 10.30 la presentazione delle opere esposte alla presenza degli studenti e dei due artisti

    Vorrei fare una premessa.
    Il fatto che Franco Ficeli esponga qui solo foto di opere di Lulli non ci deve trarre in inganno. La sua non è una mostra a corredo, le sue opere fanno parte a pieno titolo di questa esposizione: così come ne condivide lo spazio, allo stesso modo ne condivide il senso. Si tratta semmai di un dialogo che ha l’ultima parola sull’opera di Renzo, nel senso che vi mette sopra come una chiusa, una sorta di sigillo. Più avanti proverò a spiegare questo mio concetto. Il filo conduttore per cominciare a parlare di Renzo Lulli è di sicuro il legno. È in questo materiale che troviamo le prime indicazioni. Lui potrà allontanarsene, come ha già fatto, usare altri materiali, ma il legno resterà sempre un cardine della sua opera, il suo punto di partenza. Materia offerta dalla natura e da sempre amica dell’uomo, anche per la sua docilità. Principale mezzo per la costruzione di utensili per la vita quotidiana, rassicurante al tatto per il suo tepore e alla vista per i suoi colori, e di sicuro, almeno durante la lavorazione, per il suo odore. Più simile all’uomo per non essere eterno come la pietra, ma al contempo affidabile per la sua grande resistenza al tempo. Materia amica dell’uomo, mensa su cui mangia, sedile, contenitore delle sue cose, trave che sorregge il tetto, finestra che lo ripara, ma che nello stesso tempo lo mette in comunicazione con il mondo; infine sostegno della sua vecchiaia. Poi, se si vuol parlare dell’opera di Renzo, c’è il Marocco, seconda patria, o prima vera patria. Lì il rapporto con la natura e la materia è diretto, senza mediazioni o schermi e il legno è a portata di mano. Forse l’artista sarebbe nato anche senza l’Africa, ma non necessariamente la scelta del legno, che invece trovo legata a quel luogo e non solo per motivi contingenti, ma consustanziale a quella terra, ai suoi colori e profumi. Il Marocco poi è una prospettiva, estraniamento, il montaliano “l’anello che non tiene”. Ciò che gli permette di vedere con più chiarezza, che gli consente un diverso rapporto con le cose, sviscerandone la vera e originale sostanza. Ma è anche fantasia ritrovata, quella dell’infanzia, ma anche quella della vita nella sua dimensione essenziale. Ciò che gli ricorda quello che conta davvero. Cosa può fare qualcuno che ama così tanto una materia e gli è grato per tutte le cose che questa gli dà, per ringraziarla? Lulli la lavora nella maniera più accurata possibile, rende evidenti forme che essa possiede dentro di sé, le dà voce, affinandola e rendendo comprensibile all’orecchio umano la sua essenza più profonda che non appare quando guardiamo alberi e foreste, per quanto affascinanti e significativi. Ne evidenzia l’anima alla ricerca di una sacralità che ci riporta all’uomo primitivo e al suo rapporto con la natura. Ma di quell’uomo riprende anche la volontà di dare alle sculture una vita propria: non più prodotti dell’uomo, ma suoi interlocutori, talvolta superiori e intangibili, talvolta misteriosi e magici. Le forme che ne trae tendono a non distaccarsi molto dalla materia da cui provengono. Per quanto elaborate, semplificate, lavorate, modificate, si riconosce la provenienza da rami, frutti, semi, fiori, foglie e tronchi. Ma il gioco sarebbe sterile e fine a se stesso se non ci fosse quella particolare elaborazione della forma che attribuisce a questi oggetti un significato aggiunto. Prima fra tutte l’estrema finitura, levigatezza che, come se agisse una sorta di rinnovato neoplatonismo, le allontana dalla loro materialità, per metterne in luce significati più profondi, che sono poi quelli più veri, quelli che contano davvero. E’ qui che interviene l’opera di Ficeli il quale porta ad ulteriore compimento la finitura di Lulli facendo fare alle sue opere un passo definitivo verso la smaterializzazione; non solo perché le trasporta su carta, ma anche perché le infonde di una luce che ha poco a che vedere con la luce naturale, essendo invece uno strumento di metamorfosi o di sublimazione della materia. Tornando a parlare di Renzo Lulli, talvolta il processo si semplificazione sembra spogliare le opere di significato, riducendole a puri oggetti d’arredamento; li potremmo definire, alla Munari, oggetti a funzione estetica. Questo non sarebbe certamente una limitazione del loro valore, ma ne verrebbe un po’ sacrificato il carattere di oggetto d’arte. Tuttavia proprio la natura del materiale, del suo uso nella storia e del rapporto che l’uomo ha sempre avuto con esso, ribadisce la natura artistica delle opere di Renzo Lulli: ridursi ad oggetti è per loro adempiere al nobile compito di essere da sempre i docili compagni dell’uomo, di assisterlo anche nell’arredare, nel fargli compagnia nella solitudine o di dare allegria alle serate con gli amici o calore alla vita in famiglia. Materia amica dell’uomo, dicevo sopra. E Lulli gioca, si diverte a sentirsi come una specie di prescelto dal regno vegetale per portare al mondo il suo messaggio di perfezione, di delicatezza, di semplicità, di discrezione, se vogliamo ecologico. Di portarlo in un mondo che ha dimenticato quei valori e ricordando all’uomo che potrà sopravvivere solo se considererà il suo stretto rapporto con il pianeta, che è esattamente lo stesso delle piante, ma che non ha le radici, come loro, a ricordarglielo ogni minuto permettendogli così di non perdersi.

    Massimo Pistelli

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