Mauro Betti

    Mauro Betti

    Pontedera -

    Mostra d'arte contemporanea

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    La galleria Liba di Pontedera (Pisa) con il patrocinio del Comune di Pontedera, propone dal 10 al 31 marzo, le opere di Mauro Betti; artista nato nel 1951 a Cascina (Pisa), che attualmente vive e lavora a Firenze. Inaugurazione sabato 10 marzo alle 18.30

    Per Mauro Betti la pittura si salva solo se è in grado di sintonizzarsi sui saperi attuali, in un viaggio costante di ricerca. La mostra ripercorre lo sviluppo di questo suo pensiero artistico e stilistico. Mauro Betti esordisce negli anni Novanta con una sorta di astrazione “spuria”, “graffitata” in certo senso, quasi a saggiare le unità minimali del linguaggio visivo. Naturalmente con la piena consapevolezza che erano ormai fuori tempo massimo le utopie di rifondazione dell’arte e della società connaturate con il primo astrattismo. Non è un caso che nel gioco delle forme s’insinuasse, “scardinandole” e condizionandole, l’impura realtà in versione (ovviamente) frammentaria e allusiva. Betti era convinto che le ricerche sul linguaggio in sé e per sé non solo non prevedono approdi esaustivi, ma non possono nemmeno rimanere fini a stesse, pena la perdita di contatto con le cose, con il mondo. Ed ecco allora che successivamente dirige l’attenzione sui materiali, sulla tela sul suo spessore e sulla sua grana, sul telaio finanche, sui colori e la loro densità, cercando di vedere come coniugarli con le cose, come con tali mezzi afferrare il mondo di fuori. Come dire che Betti sente che non si possono ignorare le problematiche sollevate della Pop Art e in effetti non si sentirà mai estraneo a operazioni di riciclaggio sistematico di immagini appartenenti alla cultura visiva di massa. In fondo il mondo con cui abbiamo a che fare è indissociabile dai media che lo rappresentano e lo costituiscono. Le cose stesse che ci circondano tendono a darsi come di secondo grado, quasi fossero addirittura sembianze ancillari a fronte di quelle più “veritiere” imposte da una inarrestabile e pervasiva presenza mediatica. Per questo nei dipinti, dribblata la prima fase di più stretta ricerca formale, ci si troverà quasi subito di fronte ad una apparentemente parodistica aggregazione di segni, di tracce, senza nessun tentativo di consolidarli fino a farne “soggetti” (come accade con la Pop Art): semmai c’è l’intento di asserirne la mancanza di un’identità stabile, definita. Di fatto hai il disgregarsi di qualsiasi legame fondato sulla complementarietà. Non vi è quindi conversione o traslazione di tali elementi in una nuova e coerente messa in scena, quanto la presentazione della loro erratica natura di elementi in libertà. Perché abbiamo parlato di “secondo grado” e di scelte che tesaurizzano l’esperienza della Pop ma che appartengono ad una situazione diversa? Negli anni Novanta il clima è cambiato, non è più quello degli anni Sessanta: l’intensificazione della digitalizzazione ha fatto sì che le opere pop storiche sembrassero più “tangibili” rispetto alla nuova e diversa iconosfera che si stava instaurando. La quale si preannunciava già “evanescente” (virtuale). Siamo insomma in quella fase nella quale si è portati a parlare di “deserto del reale”: un paesaggio perfettamente descritto da Baudrillard con la sua teoria dei simulacri, quando avvertiva che la società post-industriale era segnata non dalla centralità del potere, ma dai diffusi effetti della rete e dei network. Comincia ad emergere la generazione degli always on! Ora l’incontro con questa dimensione fantasmatica registra più di una difficoltà: perché il mondo è diventato troppo complesso e sfuggente, “inafferrabile” addirittura. Ma anche perché è un mondo da tempo out of joint, privo di certezze, di quei valori fondativi ultimi che soli permettevano e permetterebbero la sintesi, la coerenza. Nessuna meraviglia quindi se la pittura sembra non farcela a marcare la strada della salvezza: tra l’altro sembra quasi che sia o venga vissuta nel campo dell’arte come la pratica più evasiva, più negata alla possibilità di dare concrete risposte o linee guida. Tuttavia, anche se per molti la pittura non è più standard bearer, Betti la pensa diversamente: la pittura si salverà purché sappia sintonizzarsi sui saperi (il plurale è d’obbligo) attuali. Continua quindi a porsi l’obiettivo di chiarire che tipo di contributo o, meglio, che tipo di conoscenza specifica può apportare il mezzo espressivo scelto. Così torna ad una tenace sperimentazione volta al forse impossibile recupero di quel senso, di quell’armonia che si temono perduti, mancando ormai all’appello quelle certezze che rendevano possibile in passato inquadrare e “controllare” il mondo. Purtroppo, come ha sostenuto di recente nel suo manifesto per un nuovo realismo Maurizio Ferraris, il mondo ci impone la sua “inemendabilità”! Ma non ci sono più bussole! Si è costretti allora a navigare a vista! Da ground zero però si può e si deve ripartire. Come abbiamo già osservato, la identità o sopravvivenza della pittura è legata alla capacità di ascoltare la contemporaneità e di definirsi rispetto all’offensiva dei video delle performance delle installazioni e così via. Alla sua capacità appunto di ritagliarsi una sua peculiare dimensione. Rispetto al beyond the frame, rispetto all’arte come vita e alla figura dell’un-artist alla Allan Kaprow, Betti prosegue nella sua strada. Continua, come si è già visto, a inventariare strumenti e possibili temi della pittura. C’è la tela, ma non solo quella, c’è anche il telaio, i colori, cuore tutti di una pratica pittorica non più ispirata ad un’asettica autonomia estetica. L’armonia visiva non è, non può più essere un fine: gli stessi colori, spesso raccolti in serie di strisce (quasi una sorta di “codice a barre”), il più delle volte lasciano l’area principale per compattarsi ai bordi della torsione laterale imposta alla tela (forse un omaggio a quegli “oggetti specifici” teorizzati da Judd e praticati pittoricamente da Stella). Poi ci sono gli emblemi i rimandi le tracce le silhouette frutto di un immaginario di massa che ormai è impossibile interpretare o padroneggiare tanto è incontrollabile e incongruo al tempo stesso. Testimonianze da affiancare a materiali anch’essi “soggetti” ormai a pieno diritto e non più semplici significanti (dalla tela con le sue sagomature al colore ecc.): tessere tutti di un “puzzle” la cui coerenza d’insieme è solo un sogno. Tali segni Betti li immerge in una dimensione di “decor vide”, dove ogni cosa non è più che l’orma di un oggetto svanito: fa sparire con l’abilità di un prestigiatore le cose che tocca con la punta del suo pennello e per il quale il colore, quando non serve a indicare, vale come “reperto” o ricordo di uno spazio irrimediabilmente in frantumi. Uno spazio senza centro che sembra diradarsi, risolto il più delle volte con un unico colore ora evanescente, ora invece corposo che tende comunque “svuotare” la qualità fisica delle cose. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio palinsesto privo di strutturazioni obbligate, aperto e fluttuante nell’insieme, come aperti e fluttuanti sono gli elementi in gioco. Betti dà vita ad una sorta di mondo degli infiniti possibili dove soltanto ciò che è instabile e volante ha diritto di sosta, ha la facoltà di segnare della propria temporaneità questa desolata vacanza di spazio e tempo. Ora Betti sa benissimo che viviamo in un mondo di apparenze oggettuali con poche speranze che la nostra mente o la nostra vita siano in grado di assemblarle e dar loro un ordine. Trova però la forza di farci prendere atto della situazione con i suoi discreti delicati inventari “irrisolti” votati ad una provocatoria indeterminatezza. Negli ultimi dipinti in particolare, parliamo della bellissima serie dei Naturel, traspare una ricerca di eleganza come bellezza immanente alla materia: la forma sopravvive ormai come condizione in cui si rende sensibile una bellezza interna al colore, alla tela, all’apparato pittorico tutto nel suo insieme. Luigi Bernardi

    Galleria Liba, via G. Bruno 9, 56025 Pontedera (PI). Orario: giovedi, venerdi e sabato 17 – 19.30. Ingresso: libero. Telefono: +39 347 2320947. E-mail: gallerialiba@gmail.com. Website: www.gallerialiba.com

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