Chiesa del Carmine

    Chiesa del Carmine

    Pisa -

    Completato il restauro dell'organo del 1613. Giovedì 23 maggio la cerimonia inaugurale ed il concerto

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    Ritorna a splendere nella Chiesa di Santa Maria del Carmine l'organo di Andrea Ravani del 1613. Grazie al contributo di un privato devoto alla Madonna del Carmine, l'organo, che risultava non essere funzionanate, è stato restaurato da Nicola Puccini, che si è occupato della parte strumentale, e da Stefania Franceschini, Enrico Rossi ed Elisa Todisco, che hanno curato la parte relativa alla cassa lignea dello strumento.

    Il costo complessivo dell'intervento di restauro è stato di 120.000 euro. La cerimonia inaugurale si terrà giovedì 23 maggio alle ore 21.00: il maestro Stefano Innocenti eseguirà un concerto suonando brani che ripercorranno la storia della musica per organo. Il recupero dell'organo rappresenta un arricchimento per tutta la città, un esempio virtuoso e positivo: è stato ridonato antico splendore all'organo, unico strumento restaurato e fruibile. 

    «L'organo ha 450 anni di storia – ricorda l'organaro Nicola Puccini – e conserva dei primati nazionali, come la canna di piombo di Giovanni di Pieroni da Barga (unico elemento rimasto dell'artista) e la tastiera unica. Dopo un'attenta e puntuale ricerca storica archivistica e successivamente su strumenti conservati e rimaneggiati, abbiamo proceduto al restauro: un lavoro lungo, laborioso e complesso, ma che ha dato la possibilità di riportare alla luce un vero e proprio gioiello. Sono state ricostruite sia la parte meccanica che le parti perse durante l'ultimo restauro, datato 1973. Il restauro attuale ha riportato l'organo al suo reale stato, come era nel 1613 e lo ha glorificato come organo più importante della città».

    Il suono che si udirà giovedì sarà mistico, riflessivo ed arcaico, il suono più vicino a quello che si udiva nel 1613, quando il canto era gregoriano e dall'organo uscivano note soavi che accompagnavano la preghiera.

    Come ha spiegato una delle restauratrici, Elisa Todisco, «la cassa lignea era stata rimaneggiata, c'erano stratificazioni e ripatinature, segno di precedenti interventi. Era sotto attacco di insetti xilofagi e custodiva calcinacci e detriti. Abbiamo operato asportando i detriti, ripulendo le superfici, facendo fare una disinfestazione e impegnandoci poi per il consolidamento della materia lignea attraverso stuccatura e integrazione pittorica delle mancanze».

    «Il risultato è eccellente – esserisce soddisfatta la dirigente della Soprintendenza e storica dell'Arte, Alba Macripò – Il recupero dell'opera è stato importante sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista religioso. Un'opera complessiva preceduta da una ricognizione  tecnica e storica che ha riportato in vita uno strumento importantissimo. C'è un interessamento da parte del Rotary a restaurare, per ora, due quadri all'interno della Chiesa: i progetti invece per gli interventi all'interno della chiesa sono in via di esame da parte della Soprintendenza».

    Francesca Paolini

    Pisa, 20 maggio 2013 – Il comunicato dell'Amministrazione Comunale

     L'organo di Santa Maria del Carmine

    Dopo un restauro condotto con grande rigore, supportato da ricerche documentali e  confronti con altri strumenti coevi ancora presenti sul territorio italiano, ritorna nella Chiesa di Santa Maria del Carmine la  voce solenne del suo grande organo a riempire l’intera navata dell’antico edificio e insieme ad accogliere e accompagnare  con la sua forza musicale e la sua presenza di arte e di fede le tante occasioni religiose e civili. L’organo fu commissionato dai Padri Carmelitani nel 1613, per una spesa di 600 scudi, ad Andrea Ravani (1575-1616) capostipite, insieme al fratello Cosimo (1584 – 1635), di una famiglia di organari lucchesi molto attiva nel XVII secolo in tutta Italia e soprattutto in Toscana.

    La parte strumentale è stata più volte rimaneggiata e numerose  sono state anche le sostituzioni del materiale meccanico antico; tra  i tanti interventi, certi sono quelli eseguiti nel XIX secolo dai fratelli Tronci e nel XX secolo da Corrado Pantera di Marina di Carrara. Al momento del recente restauro, l’organo non risultava più funzionante e sono state esaminate varie ipotesi di intervento affinché lo strumento potesse riacquistare la propria funzione, senza  subire ulteriori gravi manomissioni e sostituzioni  di materiale originario. E’ stato scelto, pertanto, di eseguire un restauro che risanasse le porzioni danneggiate e le sostituzioni, a volte indispensabili, sono state realizzate artigianalmente mediante rilievi e confronti con altri strumenti, sempre realizzati dal Ravani. Il restauro ha riguardato anche la cassa d’organo, in legno intagliato e dorato, che versava in forte degrado con perdita di parti ornamentali e danneggiata anche da interventi del passato, nel corso dei quali erano state impiegate sostanze non idonee e eseguite pesanti ridipinture.I complessi e delicati lavori di restauro sono stati realizzati con grande perizia da Nicola Puccini, per la parte strumentale, e da Stefania Franceschini, Enrico Rossi e Elisa Todisco per la cassa dell’organo. L’intero progetto, nato dalla volontà dei Padri Carmelitani, è stato sostenuto economicamente da un privato donatore al quale viene rivolto un grande ringraziamento per aver  reso possibile che l’antico e monumentale  organo della Chiesa del Carmine di Pisa potesse tornare a spendere nella sua integrità musicale ed artistica. 

    Alba Maria Macripò
    Storico dell’arte Soprintendenza BAPSAE di Pisa

     La storia

    Fra le chiese più importanti di Pisa si colloca senza dubbio quella di Santa Maria del Carmine. Risalente al secondo quarto del Trecento, fa parte dell'omonimo complesso monastico. La posizione centrale, una certa grandiosità dell'insieme e, allo stesso tempo, il clima raccolto che pervade il suo interno ne fanno un polo di richiamo, sia per il fedele sia per il turista. Tra le varie opere d'arte che la chiesa raccoglie, non passa certamente inosservato il monumentale organo su cantoria, sulla parete in prossimità del presbiterio, in cornu Epistolae, cioè a destra guardando l'altare maggiore. La prima notizia di uno strumento presente nella Chiesa del Carmine risale al 1516, associata al nome dell'organista Andrea di Francesco da Prato, monaco del monastero pisano di S. Michele in Borgo. Non ne conosciamo, però, né l'autore né le caratteristiche tecniche. Il prete garfagnino Piero di Giovanni Pieroni da Barga, invece, è il primo organaro rintracciato nei documenti. A lui sono affidati due considerevoli interventi, nel 1538 e nel 1540: il primo riguarda la riduzione «alla moderna» dell'organo vecchio; il secondo un ampliamento, per rendere lo strumento simile a quello della chiesa cittadina di S. Francesco, costruito dallo stesso Piero tra il 1533 e il 1538. Il medesimo organaro, nel 1549, lo restaura di nuovo e diminuisce il numero dei registri, da sei a cinque.Il nucleo originale, come oggi appare, risale però al 1613, quando fu rifatto lo strumento, assieme alla cantoria, in occasione dei lavori di adeguamento della chiesa alle norme emanate dal Concilio di Trento (1548-1563). In quest’anno, infatti, Andrea Ravani, della celebre famiglia di organari lucchesi, dopo aver ritirato il vecchio organo, probabilmente proprio quello del Pieroni, promette di costruire un grande strumento in base 12 piedi, cioè con la nota più grave corrispondente al fa-1. La tastiera si estende fino al la4 e si compone di 51 tasti: mancano, quindi, come d'uso in questa tipologia organaria, i primi due tasti cromatici, cioè il fa#-1 e il sol#-1. La facciata era composta dal registro di Principale, distribuito su sette campate, con organetti morti collocati sul secondo ordine. Erano presenti, inoltre, i registri di Ottava, Decimaquinta, Decimanona, Vigesimaseconda, Vigesimasesta,Vigesimanona, Flauto in Ottava e, molto probabilmente, il Flauto in Duodecima. Il Principale e l'Ottava, forse anche la Decimaquinta, per dare maggiore 'consistenza' alla regione medio-acuta, erano raddoppiati «dal mezzo in su». Tra gli effetti era presente il Tremolo.La realizzazione della cantoria, nel 1614, fu affidata ai fiorentini Bernardino d'Amadio di Natale Sandrini da Fiesole, scalpellino e lapicida, e a Niccola d'Andrea Mecherini, scalpellino.

    Nel secolo successivo, in due momenti, nel 1712 e nel 1730, si rilevano gli interventi di un altro celebre organaro, ancora di Lucca: Domenico Francesco Caciolli. Il Caciolli sposta ildiapason, cioè la frequenza di riferimento, di un tono verso il grave (in pratica, la canna che corrispondeva al fa-1 la sposta sul sol-1 e così via; il fa-1, naturalmente, lo ricostruisce), aggiunge un mantice e i Contrabbassi di legno al pedale. In più, ripara o sostituisce le canne danneggiate dai topi. Verso la fine degli anni Cinquanta è rifatta la cantoria di marmo da Pietro Vannelli di Carrara, su disegno di Pellegrino Staffetti. Nel 1788, infine, è documentato un pagamento per un intervento, non descritto, di Giuseppe Zanetti, della nota famiglia di organari pisani.

    Napoleone, nel 1810, sopprime il convento. Dopo la caduta del Buonaparte e il ritorno del Granduca Ferdinando III di Lorena, nel 1818 i Carmelitani riprendono possesso di tutto il complesso. Il degrado e i danni, causati dal forzato abbandono, risultarono però notevoli, in misura maggiore per uno strumento come l'organo, che più di ogni altro soffre la mancanza di utilizzo. Nel 1823, perciò, lo strumento fu rifatto da Bartolomeo di Marco Tronci, nipote del ben più conosciuto Filippo (II) Tronci, della celebre famiglia organaria pistoiese. Di Bartolomeo, analogamente a Piero di Giovanni Pieroni, questo è l'unico organo documentato, che in più si è anche conservato fino ai nostri giorni. La sua opera, perciò, assume un particolare valore, poiché rappresenta un vero e proprio unicum nel panorama storico-organario. Bartolomeo 'riammoderna' lo strumento con l'aggiunta di diversi registri «da concerto». È il tempo in cui il teatro e il melodramma, specialmente in Italia, svolgono un ruolo di primo piano in campo musicale. L'organo non può esimersi, secondo la 'moda' allora corrente, dal presentare registri che cercassero di riprodurre le sonorità orchestrali, come ad esempio la Tromba e il Flauto in Selva. Dopo un restauro dello stesso Bartolomeo, nel 1843, Pietro Biagi di Lucca, sempre seguendo il gusto imperante, nel 1867 aggiunge un accessorio allora in voga, che richiama l'analogo strumento a percussione: i Campanelli.

    Nel secolo scorso, dopo un paio d’interventi, dovuti a Giuseppe Paoli di Campi Bisenzio, nel 1908, e a Giuseppe Tronci di Pistoia, nel 1929 (la celebre ditta Agati-Tronci era già chiusa, fin dal 1918), giungiamo all'ultimo, drastico 'restauro'. Questo fu operato da Corrado Pantera di Massa Carrara, nel 1973: la nobile fisionomia del vecchio organo fu cancellata o pesantemente alterata, da un punto di vista sia estetico sia fonico sia funzionale.

    Della parte storica, che comprende anche tutti gli interventi ottocenteschi, si sono conservati i registri di Principale, Ottava, Decimanona, Vigesimaseconda, Vigesimasesta, Voce Umana,Flauto in Selva, Flauto in Ottava e Cornetto. Da un esame complessivo delle canne, in pratica, la metà del materiale fonico è attribuibile al Ravani con Bartolomeo Tronci e un quinto al Cacioli con lo Zanetti. È rimasta una sola canna cinquecentesca, unico esemplare esistente del Pieroni. Nel procedere al restauro dello strumento, in un caso così complesso – stratificazioni storiche e svariati interventi, anche disomogenei e non rispettosi dell'originale fisionomia organologica -, si pone un fondamentale problema, cioè determinare l'autore e il periodo sui quali basare l'intervento filologico: Sei, Sette od Ottocento? Ravani, Cacioli, Zanetti o Tronci?

    Una possibilità sarebbe stata quella di riportare il tutto allo stato di fatto del 1613. Se fosse stata scelta questa via, da un lato la Chiesa del Carmine e l'operazione di restauro, forse, avrebbero acquisito un maggiore prestigio, in verità più presunto che reale, derivato dalla maggiore antichità dell'opera e dal nome del costruttore. Tutte le canne di epoca successiva, anche se storiche e di buona fattura, sarebbero state però accantonate. Ben più della metà dei tubi sonori sarebbe stata ricostruita, per di più senza poter sviluppare le proiezioni delle misure, derivate dagli originali più gravi di ciascun registro, qui mancanti, e senza conoscere la forma del fronte (sappiamo solo che la facciata Ravani era divisa in sette campate) e la disposizione del «canneto» sul somiere. Il risultato avrebbe prodotto o uno strumento 'antico', ma perlopiù ricostruito senza sufficienti supporti documentari, o uno ispirato storicamente, perciò nuovo.

    Più della metà del materiale fonico è di epoca successiva al Ravani. Fra l'altro, si sono conservate le canne di facciata, la tastiera e la coperta maestra di Bartolomeo Tronci, cioè la tavola sopra il somiere, dove poggiano le canne. Al XIX secolo risale anche l'attuale forma e disposizione del fronte, ottenute ricomponendo parti lignee preesistenti, arricchite da rilievi e intagli e dorature a mecca e a foglia d'oro. Le campate, tali come oggi appaiono, furono ridotte a tre. L'attuale disposizione fonica, perciò, si basa proprio sugli interventi ottocenteschi, in primo luogo quello di Bartolomeo, conservando, naturalmente, il materiale fonico più antico. A supporto di questa scelta si considera anche la scheda tecnica del 1963, redatta da don Franco Baggiani prima dello scriteriato intervento Pantera. Lo strumento, perciò, è ora in base 8 piedi, quindi con il Do1 come nota più grave. Le note 'perdute' al grave, però, sono state 'conquistate' all'acuto, poiché la tastiera, adesso, si estende fino al Re5. La disposizione completa è riportata in una pagina a parte del presente libretto.

    Il somiere a vento è stato ricostruito. Così un quarto circa delle canne, fra cui i registri interi della Decimaquinta, della Vigesimanona, della Tromba e dei Contrabbassi. Sono stati ricollocati anche i Campanelli. La pedaliera è stata ricostruita: quella del Pantera, infatti, è filologicamente inservibile. Senza alterare, in modo determinante, la fisionomia dello strumento, sono stati aggiunti effetti caratteristici dell'organaria toscana settecentesca, come il Timpano – riproduce, con l'uso simultaneo di più canne, scordate e 'battenti' ad arte, il rullo dell'omonimo strumento – e l'Usignolo – una vaschetta riempita al punto giusto d'acqua, entro la quale s’immergono una o più canne che, suonando, imitano il cinguettio dei volatili -.

    Le notizie storiche e il risultato degli studi sul posto e in laboratorio sono stati gentilmente segnalati dalla dottoressa Daniela Stiaffini e dall'organaro Nicola Puccini. Tutto questo, in modo più approfondito e dettagliato, anche con l'eventuale pubblicazione delle fonti documentarie e di foto dello strumento, dovrebbe confluire in un apposito volume, dedicato al restauro dell'organo Ravani-Tronci della Chiesa di Santa Maria del Carmine di Pisa.

    Antonio Galanti – Ispettore Onorario Ministero Beni e Attività Culturali per gli organi storici delle province di Pisa e Livorno

    Il restauro della cassa lignea

    La cassa lignea, addossata alla muratura, poggia su di una cantoria marmorea sorretta da sei mensoloni e dotata di una balaustra a pilastrini con specchiature. La cassa, dipinta e dorata, è in stile barocco, come risulta evidente soprattutto nell’architettura del timpano semicircolare spezzato al centro dove è inserito un medaglione dipinto raffigurante la Madonna col Bambino. Ad ogni modo è sempre persistente, soprattutto negli intagli, lo stile tardo rinascimentale che si esplica attraverso festoni, cherubini, mascheroni, racemi e grottesche recanti composizioni di strumenti musicali.

    Dall’analisi della struttura si è giunti alla conclusione che i racemi e gli elementi sparti-canne della facciata, nonché la predella della parte bassa, siano stati realizzati più tardi rispetto a quelli scultorei e alle paraste con altorilievi dorati. I tralci di facciata sono argentati e meccati e non dorati a foglia. E’ da precisare che la preparazione degli intagli dorati è stata realizzata con bolo rosso (ad esempio al di sotto degli altorilievi) e giallo (ad esempio in corrispondenza dei dentelli del fastigio), per differenziare la cromia dell’oro.

    Al momento dell’intervento di restauro il manufatto ligneo si presentava interessato da un forte degrado dovuto all’azione di insetti xilofagi. La materia lignea, oltre alle cospicue perdite riguardanti porzioni di intaglio, risultava friabile. Nella zona della copertura, erano evidenti gore di umidità in corrispondenza delle quali il legno era stato oggetto di attacco fungino (carie del legno). In queste regioni il legno risultava fortemente spugnoso. Su tutta la superficie erano presenti consistenti depositi di materiale incoerente, nerofumo e, nella parte alta, erano accumulati detriti (mattoni, calcinacci, frammenti di ardesia). Numerose stuccature e ridipinture a porporina, nonché patinature con gommalacca e sostanze bituminose eseguite in epoche più recenti rispetto alla costruzione originale, alteravano le superfici. Il colore blu delle parti piane sulle quali si stagliano gli elementi scultorei, era stato più volte modificato.

    Alcuni degli elementi decorativi erano distaccati dalla loro sede originaria o comunque non risultavano bene ancorati. Erano evidenti diverse lesioni e fessurazioni che interessavano sia il tavolato che gli altorilievi. La doratura presentava micro sollevamenti diffusi, in particolare lungo il cornicione inferiore del cappello. In questa zona la preparazione a gesso e colla era fortemente decoesa, probabilmente a causa delle infiltrazioni d’acqua di cui abbiamo parlato in precedenza.  Da un punto di vista strutturale, al momento dell’intervento, il fastigio, ancorato alla parete con elementi lignei e metallici, aveva effettuato una leggera rotazione in avanti. Inoltre il controsoffitto a travicelli, fortemente danneggiato dall’attacco entomologico, necessitava di un rinforzo dall’interno.Infine tra la parete e la cassa, si poteva osservare un’intercapedine attraverso la quale filtravano polvere e sporco che andavano ad incidere negativamente sul funzionamento dello strumento musicale.

    Oltre ad alcuni interventi strutturali realizzati su indicazioni dell'Ingegner Paolo Polvani, il restauro ha previsto un'accurata pulitura delle superfici, il consolidamento delle superfici dorate e dipinte nonché la disinfestazione e il consolidamento della materia lignea. Sono state infine risarcite le fenditure del legno e le porzioni di intaglio che non aderivano bene sono state ancorate e rese solidali con la struttura della cassa. Le integrazioni delle lacune di legno sono state realizzate con materiali differenti a seconda delle necessità. E' stato infine compiuto l'adeguamento alla superficie originale per mezzo di bisturi e piccole sgorbie delle aree riempite con stucco. Il ritocco pittorico è stato condotto stendendo sulle stuccature del bolo rosso e giallo (a seconda delle zone da trattare) utilizzando come legante una resina acrilica diluita in acqua (l’impiego della colla animale è stato ridotto al minimo date le condizioni di umidità dell’ambiente). Al di sopra di queste stesure, l’integrazione è stata conclusa con colori a tempera e ad acquerello, sia sull’oro che sulle aree blu. La verniciatura finale è stata realizzata con un protettivo facilmente reversibile nel tempo.

    Il medaglione recante l’immagine della Madonna col Bambino, di autore ad oggi ignoto, è stato trattato, per quanto riguarda il supporto, come le altre parti lignee. Si tratta di un dipinto a olio su tavola. La Pulitura ha previsto, oltre alle fasi di rimozione a secco e con acqua distillata delle polveri, l’alleggerimento di uno spesso strato di vernice ingiallita. Dopo aver eseguito gli opportuni test di solubilità, la pulitura è stata condotta con idonei solventi. Il dipinto è stato verniciato a pennello una prima volta e, per il ritocco pittorico sono stati caso utilizzati colori a vernice. La vernice finale è stata applicata a spruzzo.

    Stefania Franceschini, Enrico Rossi ed Elisa TodiscoResponsabili dell’opera di restauro

    Il Maestro Stefano Innocenti

    Stefano Innocenti, fiorentino, si è diplomato in pianoforte (con Pietro Scarpini),  organo e clavicembalo e ha seguito a Haarlem (Olanda) i corsi tenuti da Heiller, Tagliavini, Gilbert e Marie-Claire Alain. Dal 1985 titolare del settecentesco organo Serassi della Reggia di Colorno, ha dato concerti in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile e in Giappone.Ha suonato per l’inaugurazione di molti organi storici restaurati, tra cui quelli bolognesi di San Petronio e il Gabler di Weingarten; ha inciso vari dischi, alcuni dei quali dedicati ad Andrea Gabrieli, a concerti solistici di Haydn (per organo e per cembalo), all’Ottocento italiano, a Haendel, a Bach,  ai concerti per organo e orchestra di Paër e di Salieri, a recenti composizioni di Riccardo Castagnetti e, al clavicembalo, a tutte le sonate di Giovanni Benedetto Platti.Ha insegnato organo e composizione organistica nei Conservatori di Bologna e di Parma, ha tenuto corsi d’interpretazione presso le Accademie di Pistoia, di Romainmotier e di Toulouse ed è stato membro di giuria in concorsi internazionali di esecuzione, di composizione e di improvvisazione. Vive tra Parma ed Arcola (La Spezia). 

    Giovedì 23 maggio ore 21.00
    Chiesa del Carmine

    Il Concerto inaugurale
     
    ASCANIO MAYONE  (1575 c.-1627)
    Toccata seconda
    Canzona prima
     
    ALESSANDRO SCARLATTI  (1660-1725)
    Partita sopra l'aria della Follia
     
    DOMENICO SCARLATTI  (1685-1757)
    Sonata in do maggiore  K. 72
    Sonata in la minore  K. 61
     
    JOHANN SEBASTIAN BACH (1685-1750)
    Concerto in sol maggiore da Antonio Vivaldi  BWV 973
    Allegro assai – Largo cantabile – Allegro
     
    WOLFGANG AMADEUS MOZART  (1756-1791)
    Ave verum corpus K. 618  (trascrizione di Franz Liszt)
    Fuga dal Requiem K. 626  (trascrizione di Muzio Clementi)
    Otto variazioni su un Lied di Chr. E. Graaf  K. Anh. 208 (24)
     
    GIOVAN BATTISTA ORADINI  (sec. XVIII)
    Sonata (1783)
     
    ROBERT SCHUMANN (1810-1856)
    Kleine Fuge  (Vorspiel-Fuge)  op.68
     
    AMILCARE PONCHIELLI (1834 – 1886)

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